Il mercato estivo ha la potenza di un locomotore a vapore: non è detto che parta subito, ma è sicuro che prima o poi—con una fumata nera o colorata a seconda della casa che resta in bilico—inizierà a tremare la sala riunioni. In questa stagione, tra dichiarazioni social e sassi lanciati nello stagno delle trattative, quel classico schiaffo morale veste i panni di un tweet o di una foto-storia: si legge che un giocatore saluta, si annota che la società lascia filtrare che tutto è ancora aperto, e intanto il calendario scorre come se non fosse colpa di nessuno. È il circo del calciomercato, signori: una fila di freccette affilate che hanno come bersaglio gli stadi, i contratti e una parola che sembra sempre promettere qualcosa di meglio, ma che spesso serve solo a riempire i titoli. E a far vibrare i sognatori, naturalmente. In questo contesto, Mario Gila entra in scena come un pezzo di sceneggiatura che, economicamente parlando, potrebbe valere molto di più di quanto valga in campo: o almeno è quello che si dice dietro le quinte, tra una telefonata a sorpresa e una foto invecchiata di fretta con il consueto filtro








