Se c’è una costante buffa nel calcio moderno, è la capacità di trasformare una trattativa in un’operazione teatrale con luci, rumori di tifosi immaginari e l’eco di giornalisti che si dichiarano esperti di ogni virgola. E così il mondo dell’Inter ha annunciato, tra una sirata di controriscatti e un video messaggio di Fabrizio Romano, che Aleksandar Stankovic è tornato a vestire la maglia nerazzurra per 23 milioni di euro. L’effetto collaterale è stato, per certi versi, programmato: un giovane centrocampista che era stato ceduto ai Bruges in modo definitivo lo scorso agosto per 10 milioni di euro ritorna a Milano come se avesse rotto un digiuno di mercato. Eppure, tra le righe, non c’è nulla di definitivo. C’è una porta che resta socchiusa, una di quelle porte che, quando si aprono, scoprono un corridoio pieno di specchi: chiediti chi sei e chi potresti diventare, magari mentre guardi la tua foto riflessa in una stanza piena di rumorose opinioni.

Il prezzo che fa notizia

Prendete la cifra, afferratela per un attimo: 23 milioni di euro per riportare a casa un giocatore che era stato venduto a fine estate per 10. La matematica non è una religione, ma sarebbe ipocrita non riconoscerle una certa logica teatrale. L’Inter ha battezzato un controriscatto, ha riaperto una finestra su un talento che, secondo la dirigenza, può ancora crescere nel contesto del club. Eppure, l’annuncio sembrava più una dichiarazione d’intenti che un atto di chiusura: si è riportata a casa una pedina utile, ma non una pedina per sempre. Il mercato, si dice, è imprevedibile: le cifre possono anche esaurirsi in due o tre settimane di trattative, ma i discorsi sull’apertura a eventuali partenze rimangono il vero gioco del lotto nerazzurro. Una trattativa che profuma di cautela, come quando si ordina una pizza capricciosa a casa: tutto sembra bello finché non arriva la conferma che qualcuno preferisce la margherita. In questo caso, la margherita sono le certezze riflesse nello spogliatoio: il giocatore ha la volontà di restare, o almeno questa è la versione ufficiale; e la squadra ha la faccia da sfidare un calendario che, se potesse, avrebbe già scritto il prossimo capitolo sul muro degli uffici dirigenziali.

Da Bruges a Milano, e ritorno

Il viaggio di Stankovic sembra più una corsa tra due specchi che una semplice operazione di mercato. Dal Bruges al rientro a Milano, la narrazione segue un copione noto a chi guarda il calcio come a chi legge romanzi gialli finanziari: chiudere un affare, magari dichiarare che le porte restano aperte, e nel frattempo prepararsi a gestire il rischio. Romano, in una delle sue analisi affilate, ha ricordato che la realtà è meno lineare di quanto possa sembrare: il giocatore vuole restare, ma non accetterà qualsiasi offerta. Una frase che suona quasi come una promessa di fedeltà, ma che in realtà è una strategia: tenere vivo l’interesse di altre squadre solo per evitare che la curatrice del mercato chiuda il registro delle opportunità troppo presto. E se c’è una cosa che l’Inter ha imparato in questi anni, è che il capitale umano ha un prezzo, ma ha anche una soglia di resistenza: non sempre ce la fai a blindare chi potenzialmente potrebbe chiedere di andar via per inseguire un progetto che non è stato completato. Qui entra in scena la parte più ironica: si riporta indietro un ragazzo per poi lasciarlo

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