La festa dello Scudetto è sempre stata un esercizio di equilibri difficili: tra i cori dei tifosi, i selfie dei campioni e l’eco delle analisi che pretendono di conoscere ogni segreto del pallone. Quest’anno, però, l’aria era particolarmente densa: non si festeggia solo un titolo, si celebra una narrazione che ha avuto più colpi di scena di un film di serie B in prima serata. E in mezzo a tutto questo, l’Inter ha scelto la propria postura: dignitosa, ironica, leggermente storta dalle domande dei cronisti. Perché, si sa, quando una squadra vince, i calciatori non combattono solo per tre punti, ma per l’autostima del pubblico e per la reputazione di una città intera.

La festa non è solo calcio

Se la festa è un linguaggio, questa è stata una lezione di dizione lenta: applausi che arrivano in ritardo, cori che sfiorano quasi l’eco, e una serie di micro-risposte che sembrano prendere in giro la fretta con cui si giudica tutto. L’Inter ha festeggiato con la dignità di chi sa di aver resistito a una narrativa dell’anno scorso, come se la stampa avesse una collezione di etichette prontamente cucite addosso a ogni stagione. Eppure la dignità non è un vestito che si indossa solo in pubblico: è una scelta quotidiana, specie quando i riflettori si spostano dall’erba al tavolo delle interviste, dove ogni parola può diventare titolo.

Hanno cercato di denigrare l’Inter

Il discorso, lungo e noioso come una playlist di aprile, ha preso una piega che non sarebbe disonorevole se la musica fosse un pezzo originale. Invece, è sembrato un remix di vecchie critiche che pretendono di conoscere il futuro guardando il retrovisore.

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