Il fischio che tiene in gioco la memoria: tra Lazio, Inter e la finale di Coppa Italia
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Il calcio italiano ha da sempre un rapporto ambiguo con la realtà: da una parte lo si venera come religione, dall’altra lo si studia come caso di studio per la psicologia delle code al bar. La finale di Coppa Italia, nel frattempo, si conferma come un rito collettivo in cui l’arbitro diventa protagonista assoluto, al punto che il pubblico non saprebbe più distinguere un post da una decisione arbitrale se non fosse per l’inevitabile insetto di suspence che vola tra i pali del livello di tensione. Eppure, ogni volta che si parla di arbitraggio, la gente dimentica che dietro ogni fischio c’è una storia, una storia di precedenti, di pressioni, di memorie che cercano di uscire dallo spogliatoio e di posarsi sul verde del campo come una sciarpa indossata al contrario. In questo contesto, la designazione di Guida, arbitro di Torre Annunziata, per la finale tra Lazio e Inter, sembra più una pagina di diario sportivo che una semplice assegnazione di ruolo.

Il contesto storico e l’ironia di una finale che è già una scommessa

Quando si annuncia una finale di Coppa Italia, il dibattito pubblico assume le sembianze di una conferenza stampa improvvisata tra amatori di leggenda metropolitana e tifosi che hanno già preparato la rabbia come se fosse una tovaglietta di carta già piegata in mille origami. In questo scenario, l’arbitro non è solo un uomo con una giacca scura e un fischietto: è una figura simbolica, un medium tra la palla che scivola e l’eco delle proteste. Guida, con la sua designazione, diventa una sorta di impresario di una piccola scena universale, dove Lazio e Inter recitano ruoli consolidati da precedenti pesanti. Il pubblico, d’altra parte, si mostra pronto a una recita familiare: chi fischierà al massimo, chi applaudirà la decisione sussurrata dal Var, chi rivedrà nella memoria l’ultima volta in cui una chiamata ha cambiato la marcia di una stagione intera.

Guida: il personaggio al centro della storia

Guida non è un nome che si presume venga ricordato per la sua genetica genetica del fischio, ma per una carriera che, come un romanzo giallo, ha saputo intrecciare momenti di lucidità e momenti di doppi sensi. La sua presenza in una finale di Coppa Italia richiama alla mente una pagina di diario dove ogni dettaglio viene annotato: chi è stato ammonito, quando, con che tonalità è stata affidata la decisione all’assistente, e soprattutto se la memoria del club che ha perso una finale in passato potrebbe influenzare la percezione della partita. L’ultima sconfitta degli nerazzurri con Guida risale al 2022 ed è indimenticabile, ma non per la bellezza del gesto sportivo: è diventata leggenda metropolitana, una di quelle frasi corte che il pubblico ripete come se fosse una preghiera, perché in fondo l’inconveniente non è la sconfitta in sé, ma il modo in cui viene ricordata nel contesto di una finale.

Pesanti precedenti: Lazio e Inter

Se si guarda la storia recente, non è difficile capire perché la scelta di Guida susciti una certa ironia amara: una finale è già di per sé una sfida tra due narrative, due tifoserie che hanno sviluppato una memoria selettiva per cui ogni fallo, ogni decisione, diventa una prova della grandezza o dell’insignificanza. I precedenti tra Lazio e Inter, documentati in pubblico, hanno costruito sul tempo una leggenda personale legata a ogni fischio. Non si tratta semplicemente di conti in sospeso, ma di una dinamica tra responsabilità e memoria: chi fischia in una finale non è solo un funzionario pubblico del calcio, ma una specie di mediatore tra ciò che è stato e ciò che il pubblico vuole ricordare. La sconfitta del 2022 diventa quindi una pietra miliare: non tanto per il risultato, ma per la maniera in cui quel risultato è entrato nel lessico della tifoseria, diventando una specie di mantra ironico che si ripete ogni volta che la palla torna a girare.

La designazione: un cast di ruoli secondari che raccontano molto

In questa finale, la perfezione teatrale di una designazione non si limita al solo arbitro principale. Alassio e Baccini, come assistenti, hanno il compito di offrire una cornice di coerenza che possa sostenere l’illusione di un gioco pulito, mentre Zufferli, quarto uomo, funge da strumento di controllo che interviene solo quando la trama rischia di esondare. E poi c’è il Var, affidato a Mazzoleni, la cui sola presenza è spesso sufficiente a trasformare una decisione istantanea in una discussione che esula dalla dinamica del campo per avvolgersi in un dibattito di filosofia sportiva. È una gerarchia che sembra scrivere una piccola gerarchia di potere all’interno di una partita, ma è anche un promemoria che nel calcio tutto può essere ricondotto a una meccanica: vedere, giudicare, spiegare, e alla fine farcire con una battuta ironica chi osserva dall’esterno.

Dal campo al palcoscenico: l’ironia come register

La finale di Coppa Italia non è solo una partita; è un palcoscenico dove il fischio diventa una battuta da bar, una riga di dialogo capace di cambiare il tono di una serata. L’ironia diventa quindi una lente attraverso cui osservare come la percezione pubblica si costruisce: tutto è meticolosamente pesato, calibrato, ma anche improvvisato al momento in cui l’arbitro decide se una trattenuta vale una punizione o se un braccio largo è stato involontario o intenzionale. In questo contesto, la designazione di Guida non è solo una scelta sportiva: è un atto performativo che mette in scena la responsabilità collettiva di giudicare, criticare e, sorprendentemente, riconoscere la complessità del lavoro arbitrale. L’ironia, dunque, non è derisione, ma strumento utile per trattare temi complessi senza cadere nel moralismo pubblico.

Il ruolo del VAR e le certezze porose

Il Var, quando entra in scena, sembra portare una promessa di chiarezza: una tecnologia che potrebbe eliminare la soggettività e restituire al pubblico una verità trasparente. Invece, spesso, si trasforma in un altro livello di spettacolo, una scena aggiuntiva in cui le mani diventano tremanti e le parole diventano

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